Dicono di lei

Annalisa Zanni, direttore Museo Poldi Pezzoli, Milano
Nel 1990 Federica Galli entrava con una sua acquaforte nella casa-museo del grande collezionista e mecenate   dell’ottocento, decidendo di offrire la sua lettura e interpretazione di uno dei più bei giardini all’inglese  di Milano collocato all’interno  del secentesco palazzo Poldi Pezzoli,   ricostruito dopo la seconda guerra mondiale. Citato nelle guide della città,  adorno di statue e  fontane,  è un luogo appartato e silenzioso con   piante ad alto fusto tanto amate dall’artista che aveva scelto di rappresentare questo ambiente in autunno, in un momento di trapasso   stagionale.  Perché  “il nostro amatissimo Poldi Pezzoli, …uno dei pochi di cui sia lecito inorgoglirci”, si chiese Giovanni Testori?  “…Perché ”il codice dell’Iddio abita.…o, se volete, vi ha sede; e fa di sé, e della storia umana sempiterna memoria”, interpretò il grande critico lombardo.
Un gesto silente e generoso, com’era nella  natura di Federica Galli, oltre che per amore anche per aiutare il Museo nella sua precaria sopravvivenza, perché la sua acquaforte potesse essere venduta al pubblico e il ricavato destinato a favore della Fondazione.



Francesca Pini, Corriere della sera, 2010
Alberi sì, alberi no, in piazza Duomo: Milano non è una città giardino. Ma Federica Galli, grande incisore alla Rembrandt, Doré, Dürer, Morandi (dei quali aveva significative opere nella sua collezione personale), di alberi meravigliosi ne ha saputo scovare molti, in città e nelle campagne lombarde, e ce li ha fatti conoscere attraverso la sua opera 'silenziosa' e amorosa, a contatto con la Natura. (...)
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Alda Merini, Corriere della Sera, 2009
Cara Federica dirò come soffro, perche c'è tanto soffrire, perchè vediamo tagliare dalla terra le nostre spighe migliori anch'io ero una spiga che cresceva nei campi, credi Federica i poeti non sono seminati da alcuno li porta il vento della primavera. Oggi per la mia donna è un giorno di libertà ma per noi prigionia. Non sono felice della mia morte carissima Federica eppure me ne dovrò andare dopo aver perso la fede che era nei cuori dei miei amici. 

Domizia Carafoli, Il Giornale, 2006
In una indimenticabile intervista riporta dalle parole di Federica Galli:
“…Non conoscerà la botanica, Federica Galli, ma conosce l’essenza, l’anima nuda degli alberi; “l’albero monumentale è una creatura egocentrica che crescendo fa il vuoto intorno a sé.  Per questo esercita il fascino tutto particolare di un grande direttore d’orchestra. Anche i grandi direttori d’orchestra sono creature monumentali. E spesso fanno il vuoto intorno a loro.”…”


Domenico Montalto, L’Avvenire, 2006
Certo la Milano di Federica Galli è una Milano sui generis, un po’ privata, messa in posa come in un personalissimo set, non riconducibile a qualsivoglia stereotipo consumistico o da cartolina.
Una Milano borghese e popolare, nella quale fra sempre capolino- fra strade, muri e caseggiati- un qualche albero, reperto di quella natura che Federica – nata fra le brume e le calure, i pioppi e le lanche della bassa cremonese-ama oltre misura. E non può che essere uno sguardo  appunto innamorato quello dell’artista, che ci rivela e ci restituisce la muta poesia di vecchie case di ringhiera, di tetti brulicanti di antenne sullo sfondo maestoso del Domm, di chiese, di fabbriche, di cascine, di periferie; una Milano più povera e insieme più ricca, destinata a sopravvivere come tale solo nel miracolo dell’arte.”..



Sebastiano Grasso, Corriere della Sera, 2006
“…si può dire che è una vera lirica “all’acquaforte”. Non a caso, uno straordinario scrittore come Giovanni Testori ha coniato per lei il termine inciditrice.
Eccolo, Il Testori, nelle prime pagine del Catalogo Generale 1954-2003, in una foto del ’78, assieme a Federica, Alberico Sala e Giovanni Raimondi […] Ma torniamo alla mostra. Rivivono scorci, particolari di una Milano ormai trasformata che fanno si che le incisioni acquistino anche un valore di testimonianza. […]”

Marco Fragonara, dal 'Catalogo generale delle opere di Federica Galli', 2003
"...per questo motivo quella della Galli è una memoria che coglie nel reale il senso della ritualità, che rende vivo, nella contemporaneità, ciò che appartiene al tempo passato, rinnovandolo e rendendolo sempre presente. per questo l'albero o lo scorcio cittadino ritratti sono soprattutto segni di natura".



Luciana Baldrighi, Il Giornale, 2001
“Non manca in  queste acqueforti la città proibita, quella rimasta nella memoria e nei ricordi di chi era in contatto con un’altra Milano, una città certamente più povera, ma dove l’individuo noo era lasciato a se stesso.”



Carlo Bo, prefazione Le cascine di Federica Galli, 1987
“Non so se tutti i ragazzi d’oggi quando leggono questa frase dei Promessi Sposi: “Cammina, cammina, trova cascine, trova villaggi, tira innanzi senza domandare il nome” siano in grado di afferrare esattamente il significato della parola “cascina"



Leonardo Sciascia, Corriere della Sera, 1985
Vi si coglie, attraverso minuziose dettagli azioni e ingegnosi raffronti, quella che è l’evidente peculiarità della Galli: il suo essere lombarda non soltanto nell’oggetto, nella sua inesausta rappresentazione del paesaggio, ma nell’esserlo soggettivamente, nel sentimento, nella cultura. Evidente peculiarità, si è detto: ma mai con tanta acutezza, con tanti sottili e sorprendenti confronti, analizzata.
È come se la Galli- che non sappiamo se abbia fatto in proprio della pittura- ricevesse il crisma di peintre-graveur attraverso la tradizione pittorica lombarda: ma rivissuta per ascendenze di sentimento più che per ricerca volontaria. E verrebbe da fare tutto un discorso sul nord e sugli inverni come humus di questo mezzo espressivo, appartato ed esclusivo, che è l’acquaforte. Ma io non posso che limitarmi a suggerirlo.”



Giovanni Testori, Dal catalogo della mostra “Manzoni, il suo e il nostro tempo”, Milano
é ben certo che pochi artisti come la Galli, mettendosi davanti al paesaggio, sanno scrutarlo frammento dietro frammento per ricomporlo poi in quell’alta pace, in quella silente vastità strutturale, che erano state proprie ai modi con cui Manzoni, nel romanzo, “attaccava” ogni volta le sue memorabili descrizioni di luoghi. Descrizioni che per essere infinitamente partecipate, non cessano un solo istante di confermarsi pienamente obiettive. Infine, poiché, prefando i Promessi Sposi, è parso a noi che la loro qualità o virtù, di base fosse da riconoscere “nella pazienza”[…] ci sia consentito d’esprimere qui la nostra commozione nel trovare, a base della lucidità e dell’esattezza incisorie della Galli, un consimile, totale atto di “pazienza”; quasi  che anche in lei la poesia, per esistere, chieda prima di tutto la controprova d’una strenua, continua, seppur delicatissima tenacia e resistenza proprio alla quotidiana e mai dimessa fatica del lavoro.”



Mina Gregori, Prefazione a Federica Galli e la pittura Lombarda”
“[…] se dovessimo pensare a un ambito, lontano nel tempo, in cui la galli potesse “ricollocarsi” pienamente a suo agio, ebbene, non avremmo dubbi: quell’ambito corrisponde al fervore e alla magia dell’”ouvraige” lombardo.
I nomi di questi antenati tanto stretti sono presto fatti; c’è l’”ingrifato” Giovannino de’Grassi , c’è il supremo Michelino, c’è il potente epigono Belbello. Ma la luce della loro gloria non nasconde la straordinaria schiera che preme alle spalle, costituita da miniatori anonimi, da frescanti metà giocosi e metà visionari; insomma da minori. […]”

Giorgio Soavi, Il Giornale, 1982
Da una ventina di anni cerca di perfezionare la natura.
Le si mette seduta davanti con un occhio che non perdona guarda e cattura tutte le foglie dell’albero che le sta davanti. Se, durante il lavoro, una foglia si stacca da un ramo, Federica incredula, si alza dal seggiolino, va a vedere il perché , la sgrida. La sua parlata lombarda di Cremona è quasi da albero degli zoccoli.



David Landau (presidente dei Musei Civici di Venezia e trustee della National Gallery Trust di Londra)
, Federica Galli. Acqueforti, 1982
Gli artisti veri come Federica Galli, sanno nell’attimo stesso in cui sollevano i lembi del foglio appena stampato, se la nuova creatura è davvero nata. Sanno  se la magia ancora una volta ha funzionato o se invece manca qualcosa. Lo sanno come in fondo lo sappiamo tutti. Come sappiamo tutti , anche se qualche volta una falsa venerazione per l’arte ci fa tacere verità che dentro sentiamo incontestabili, se un’opera è finita, riuscita, completa, insomma se è bella. Quando cosi non è, scoprire cosa sia mai quello che manca all’equilibrio della perfezione è più difficile […[ e se l’artista è un pittore , avrà agio di aggiungere qualche velatura […] e il miracolo forse si compirà con l’aggiunta di queste pochissime pennellate. Ma se l’artista è incisore invece, il processo sarà davvero più complesso, le attese quasi dolorose.



Liana Bortolon, Casaviva, 1981

I suoi veri maestri sono stati Rembrandt e Durer.
“Da quando ho visto Durer, e sono ormai trent’anni”, narra la Galli “ il mio sogno è diventato chiaro”.Nelle incisioni di Durer c’è sempre una immagine di una precisione metallica […] ebbene io tendo a fare come lui. Sono certa di riuscire bene  in un lavoro solo quando ho le idee perfettamente chiare. Ogni lastra deve nascermi prima nel cervello.[…]



Giovanni Testori, Itinerario di Federica Galli, 1980
“[..] proprio come accade in alcuni atti (o attimi) del sublime teatro di Cechov; un autore che la Galli sappiamo ama in modo particolare e con ogni ragione; anche di consonanza.[…]”



Alberico Sala, Da Federica Galli , acqueforti, 1977
Guardo i grandi fogli , ritrovo le occasioni dei vari incontri, ed adesioni con il lavoro di Federica Galli, ancora una volta tento il segreto del suo lavoro, che calibra esattamente le risorse del bianco e del nero, il vento, il respiro, il sangue lunare e il corpo, le costellazioni e il cielo d’estate e d’inverno: gli astrali carri , appunto, l’idea di questo mezzo, che ha portato l’uomo fuori dalla notte e che sono essenziali nell’iconografia della Galli.

Mario de Micheli, da Federica Galli. Acqueforti, 1969
“[…]si può cosi rilevare un altro singolare carattere dell’operare creativo della Galli: una sorta di “pudore stilistico”, una insofferenza per tutto ciò che formalmente è “appariscente”, non integrato con la struttura significante dell’opera. Solo quando la forma scompare definitivamente nell’immagine allora la sua fatica si sente appagata.[…]”

Dino Buzzati, Corriere della Sera, 1969
“[…] Soltanto gli artisti possono risuscitare i rapimenti dell’infanzia. Qualche esempio? Tolstoj nella galoppata notturna in slitta dei ragazzi Rostov, Proust, Alain Fournier, il grande disegnatore inglese Arthur Rackam. Non so se vi ricordiate ma allora veniva da noi, dagli alberi, da certe stradette, da certi angoli della casa, una specie di misterioso bisbiglio che non si riusciva a decifrare eppure ci faceva confusamente tante meravigliose promesse. Ecco, proprio questo bisbiglio, col relativo incantesimo, viene anche dalle acqueforti di Federica Galli.[…]”.

Raffaele Carrieri, da Epoca, 1968
“[…]Tutto inciso, tutto mosso, tutto variato, tutto scritto, tutto costruito, tutto coperto e tutto scoperto! Fu allora che formulai la qualifica della formica? L’umiltà, la pazienza, la resistenza, quell’essere nella più semplice e gremita natura come una foglia sul ramo, come un passero sotto la gronda, come un filo di erba che il piede massiccio del premuroso cacciatore può schiacciare, tutto ciò che vedevo e percepivo in quelle incisioni che andavo sfogliando in un pomeriggio invernale a Milano, mi autorizzavano a riconoscere nella Galli un simbolo a me caro: la formica, una formica![…]”.